Capitolo 24. M. o N. "Curantur di similibus di Similia."

G.J. Whyte-Melville

con un'agonia della sofferenza fisica. "Il mio caro! il mio caro!" lui mormorii, La "vedrò mai di nuovo tying quelli fiori?" e girando dalla finestra, lui precipita sui suoi ginocchia dal lato del letto con un scoppio appassionato di piangere che, come sangue-affitto al corpo, ripristina la facoltà male accolta di coscienza alla sua mente. Quando lui eleva di nuovo la sua testa che lui abbastanza bene conosce che quello grande sfortuna finalmente è arrivata--che d'ora innanzi per _him_ là può venga, nell'errore di anni lunghi, dimissione, riposo pari, ma la speranza e la felicità nessuno più. Anche ora, sebbene lui si chiede alla sua propria callosità, lui può nascere guardi sul letto attraverso una nebbia di ferite lacere; e, guardando così, tatti il suo intelletto che fallisce nel suo sforzo di capire la calamità che ha successo lui. Là lei giace, come un giglio morto, suo proprio, il suo tesoro, suo adorato; la faccia dolce, calma e placido, col suo chiselled caratteristiche d'avorie,

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